Helena Petrovna Blavatsky e il movimento teosofico

 

 

 

È stata soprannominata la "sfinge del diciannovesimo se­colo", una portavoce dei maestri spirituali dotata di un'ani­ma buddhista. Con le sue facoltà paranormali affascinò i contemporanei, sia amici che critici provenienti dagli am­bienti più disparati, esponendosi tuttavia per questo anche a sospetti e ad accuse di ogni genere. Sopportò le peggiori calunnie, nella consapevolezza di doversi porre al servizio di una causa che "altri" le avevano affidato, e cioè i "mae­stri della sapienza" e gli adepti di una forma di conoscenza misterica. Le sue "facoltà paranormali" descritte ripetutamente da contemporanei e biografi non erano mai fine a se stesse. Madame Blavatsky, infatti, sapeva bene che anche i materialisti e i razionalisti più accaniti talvolta sono in­dotti proprio da "segni e miracoli" a rivedere le proprie impostazioni mentali. In ogni caso, ella non volle affatto essere considerata una taumaturga o una fattucchiera, ben­ché alcuni la ammirassero come tale.

Coloro che conoscevano da vicino questa donna straor­dinaria (e di bella presenza), pur giudicandola in modo assolutamente positivo, nondimeno la percepivano come una "personalità sfuggente". Anticipiamolo subito: nel caso di Helena Petrovna Blavatsky abbiamo a che fare con una donna in cui atteggiamenti e comportamenti esteriori non convenzionali si scontrano con la sua interiorità, la sua spiritualità, e persino con la sua moralità e la sua tensione filantropica. Questo contrasto di solito è sottovalutato, e perciò capita che un’impressione prevalentemente negativa si diffonda proprio in quegli ambienti dai quali sarebbe lecito attendersi il più convinto apprezzamento dell'importanza di questa donna nella storia delle idee. Una figura come Madame Blavatsky merita di essere con­siderata anzitutto nei suoi aspetti positivi, e solo in un secondo tempo si potranno criticare le sue indubbie man­canze e debolezze.

Comunque sia, l'influenza della Blavatsky non si è anco­ra esaurita. Anzi, la sigla «H.P.B.», con la quale i suoi segua­ci amano indicarla, è diventata una sigla magica dalla quale non si può prescindere nella storia dell'esoterismo contem­poraneo. Ovviamente, quando si inizia a parlare della vita e dell'opera di Madame Blavatsky lode e biasimo, ammirazio­ne e rifiuto sembrano, ora come allora, bilanciarsi.

Questa donna fu incaricata da misteriosi ispiratori, i suoi "maestri", a fondare il movimento teosofico dandogli la forma di una confraternita mondiale, in modo da supe­rare gli ostacoli costituiti in quel volgere di secolo dal dog­matismo sia della scienza positivistica, sia della teologia e della Chiesa orientate verso prospettive razionalistiche. La ribellione contro le istituzioni dominanti e contro norme sociali considerate allora intangibili richiedeva un coraggio notevole, soprattutto da parte di una donna che era guar­data con sospetto. Serviva una grande disponibilità al sa­crificio personale, tanto più in un'epoca come quella vit­toriana, particolarmente infausta per imprese di tal genere.

È tuttavia legittimo chiedersi: può una persona affidarsi alla guida spirituale di "realtà invisibili", come fece Madame Blavatsky, per portare a compimento il proprio straordinario impegno esistenziale? O era proprio la sua fiducia nelle potenze di un mondo soprasensibile e nei loro influssi a conquistarle l’ammirazione della gente? E che cos’è in realtà la teosofia che Madame B definisce come “l’immenso oceano della verità, dell’amore e della sapienza universali”, scorgendone al tempo stesso il riflesso della Società Teosofica.

Prima di approfondire il discorso, è necessario un chia­rimento: bisogna distinguere la "teosofia" sia dalla dottrina storica così denominata, sia dall'omonima società che vide la luce grazie alla Blavatsky.

 

La Teosofia tradizionale

 

Nel suo significato originario e generale, teosofia (dal greco sophia tou theou) significa "sapienza di Dio". A differenza della teologia, che opera sul piano razionale mediante un confronto prevalentemente intellettuale con i contenuti religiosi, la teosofia si basa sull'ispirazione e sulla visione spirituale. Secondo la prospettiva cristiana, si tratta di una sapienza donata da Dio, qualunque sia il concetto e l'imma­gine di Dio che teologi o teosofi vi pongono a fondamento. In linea di principio, tutto ciò che esiste è ricolmo di questa sapienza divina. Essa è la «parola di Dio pronunciata» (se­condo Jakob Bóhme), preceduta dalla parola di Dio «an­nunciante», che scaturisce dall'abissale mistero divino della creazione e della rivelazione. I teosofi che seguono que­st'impostazione sono «animati dal desiderio non solo di esprimere la convinzione religiosa o cristiana nella propria vita, ma anche di estenderla il più possibile sul piano della conoscenza. La teosofia non si contenta di ciò che la filoso­fia, la metafisica e la teologia arrivano a dire di Dio, del mondo e dell'uomo; vuole salire dalla fede a forme superiori di contemplazione della verità» (Adolf Kóberle). In manie­ra più decisa rispetto alla teologia che si basa sulle Sacre Scritture e sulla tradizione della Chiesa, la teosofia è deter­minata dall'esperienza personale. Esistono inoltre strette corrispondenze fra la teosofia, la gnosi e la mistica, e persino con l’esoterismo inteso nel senso più ampio del termine. Si tratta di un insieme di esperienze personali e di conoscenze, di idee e concezioni che in gran parte si sovrappongono, quando non sono addirittura contigue. È un'interpretazio­ne globale dell'universo, della terra e dell'uomo, che inten­de al tempo stesso produrne la trasformazione. Al pari della gnosi o della mistica, anche la teosofia è svincolata da una particolare espressione religiosa o da una determinata epoca storica: si possono tutt'al più tracciare alcune linee che evi­denziano una tradizione secolare, la quale parte dalle origini evangeliche del cristianesimo, giunge fino al presente e si proietta verso il futuro. Qualcosa di analogo vale per tutte le grandi religioni dell'umanità.

Nel mondo occidentale, in seno al cristianesimo e al di fuori di esso, abbozzi di conoscenza teosofica sono rintrac­ciabili in ogni epoca: si pensi, per esempio, alle espressioni della gabbalah giudaica. Questi tentativi si registrano, al­l'interno e ai margini delle Chiese ufficiali, anche nel pe­riodo successivo alla Riforma: per il protestantesimo basti ricordare personaggi come Jakob Bohme, Emanuel Swe­denborg, Friedrich Christoph Oetinger, Michael Hahn; per l'ambito cattolico, tra gli altri, Karl von Eckhartshau­sen o Franz von Baader. L'ordine dei Rosacroce, la gab­balah e la massoneria, con i loro legami segreti o spacciati come tali, solcano il paesaggio culturale e spirituale euro­peo. Paesi come la Francia, l'Inghilterra o la Russia vanta­no ciascuno una propria storia teosofico-esoterica. In Ger­mania, fino all'epoca di Goethe, le speculazioni teosofiche erano parte integrante della coscienza comune borghese, e lo stesso accadeva nell'ambito delle scienze naturali e di quelle dello spirito: con Rudolf Steiner possiamo arrivare a parlare di «goetheanismo».

Dalla teosofia di matrice cristiana e occidentale si di­stingue nettamente la teosofia di Madame Blavatsky e dei suoi seguaci. Si potrebbe parlare di una teosofia anglo­indiana, dal momento che in essa la spiritualità cristiana si mescola alla religiosità e alla filosofia orientali allo scopo di rintracciare il "nocciolo di verità" che le accomuna.

 

La fuga dalle convenzioni borghesi

 

Heléna Petrovna Blavatsky era di origine russa. Nacque il 2 agosto (il 31 luglio secondo il computo del calendario giuliano) 1831 nella città di Ekaterinoslav sul Dnepr, poi Dnepopetrovsk. Mentre suo padre Petr Alexeevic von Hahn (1798-1873), capitano dell'esercito zarista, discen­deva dall'antica stirpe dei conti del Mecklenburg (i von Hahn-von Rottenstern), gli avi della madre di Helena, Elena Andreevna (1817-1842), erano nobili russi. La vita della famiglia si fece movimentata quando le cure di cui la madre aveva bisogno e i frequenti trasferimenti del padre resero necessari ripetuti traslochi. Da Saratov, dove gli Hahn vissero fino alla primavera del 1847, Helena - allora appena quattordicenne - compì nell'inverno 1845-46, in compagnia dello zio, un primo lungo viaggio di più di duemila chilometri verso Oriente, fino alla località siberia­na di Semipalatinsk. Quel viaggio merita di essere ricorda­to, perché le esperienze e le impressioni raccolte contribui­rono a formare Helena e i suoi interessi. Ella stessa ne parlò in questi termini:

 

In compagnia di uno zio, che possiede alcune proprietà terriere in Siberia, visitai Semipalatinsk, la regione degli Urali e la zona di confine con la Mongolia, dove vivono i lama harachin, e oltrepassai più volte il confine per compiere escursioni in quella regione. Prima dei quindici anni, sapevo già tutto dei lama e dei tibetani.

 

L’affermazione può sembrare esagerata. Ma se la si col­lega al fatto che la biblioteca del nonno conteneva varie opere di argomento mistico e teosofico-esoterico, con le quali Helena aveva acquistato familiarità, la notizia diventa credibile e fa capire la grande importanza che quel viaggio ebbe per il destino della Blavatsky. Noi non sappiamo di quali testi in particolare disponesse il nonno, ma è risaputo che già agli inizi del secolo perfino nella cerchia dello zar circolavano gli scritti mistici di Jakob Bóhme, Emanuel Swedenborg, Louis-Claude de Saint-Martin, Heinrich Jung-Stilling e altri.

Helena Petrovna sposò appena diciottenne N.V. Blava­tsky, un funzionario più anziano di lei di ventidue anni, rispettando certamente un desiderio della famiglia e ot­temperando a una convenienza sociale. Tuttavia, appena pochi mesi dopo le nozze, nell'autunno del 1849, abban­donò il marito in fretta e furia, allontanandosi da casa - come si racconta - a cavallo, per sottrarsi a ogni forma di tutela e vivere libera. Era nata la donna ribelle a ogni convenzione borghese il cui lungo viaggio si sarebbe pro­lungato per oltre un quarto di secolo. Dapprima andò a Costantinopoli. Il padre finanziava i suoi studi e i suoi spostamenti con continui invii di denaro. Glieli faceva pervenire non appena riusciva a scoprire i luoghi in cui soggiornava, che peraltro cambiavano di continuo. Su que­sta fase della sua vita mancano dati sicuri. 1 suoi biografi, perciò, devono accontentarsi di descrizioni vaghe, desunte dalle indicazioni contraddittorie della stessa Blavatsky o da altre fonti successive difficilmente verificabili. Eppure, sono proprio gli anni tra il 1849 e il 1873 - la fase centrale della sua vita - i più importanti per la futura teosofa.

Abbiamo notizia di viaggi attraverso la Grecia, l'Egitto e l'Asia minore, e di soggiorni a Parigi e Londra, entrambi nel 1851. Una nota del diario stesa in quell'anno fissa un evento significativo per la maturazione occultistica e spiri­tuale della Blavatsky: «Notte memorabile! In quella notte a Ramsgate il 12 agosto 1851, all'apparire della luna calan­te, io incontrai M., il maestro dei miei sogni». Sogni e visioni che devono aver avuto inizio già nella natia Russia. Madame B., infatti, affermava di aver incontrato i suoi misteriosi maestri sin dalla fanciullezza.

Altre tappe di questo lungo viaggio riguardano i sog­giorni nel continente americano: in Canada, in Messico, nel Sudamerica. Di lì, nel 1852, proseguì per l'India; nel 1853 era a Londra; nel 1854 a New York, Chicago e San Francisco. Negli anni seguenti soggiornò di nuovo in In­dia, in Tibet, a Giava, poi nuovamente in Francia, Inghil­terra è Germania, con un intermezzo più lungo in Russia, interrotto da ulteriori brevi spostamenti. Anche negli anni successivi l'irrequieta signora viaggiò di continuo: questa volta nei Balcani, attraverso i Carpazi, in Grecia, Egitto e Italia, dove il 2 novembre 1867 riferisce di aver assistito a una battaglia. Al Cairo, nel 1872, pare abbia fondato una società, spiritistica. A quell'epoca la Blavatsky doveva da tempo padroneggiare perfettamente le proprie facoltà paranormali, manifestatesi già in gioventù, ed essere in grado di produrre quei fenomeni che avrebbero poi suscitato tanto scalpore. In tale contesto meritano di essere ricordate con attenzione una rovinosa caduta da cavallo, che le cau­sò una seria lesione alla colonna vertebrale, e una grave malattia che, tra il 1862 e il 1865, mise in pericolo la sua vita. Non si andrà lontano dal vero ipotizzando che tali eventi mutarono sensibilmente la condizione spirituale e interiore della giovane donna. La Blavatsky, disposta ad assumere l'impegno che caratterizzerà la sua intera esisten­za, sembrava ora pronta ad accogliere il messaggio e le indicazioni di quelle guide spirituali o "maestri" che le si erano rivelati molti anni prima. È utile precisare che la denominazione di "maestri" non ha un senso univoco: essa si riferisce sia all'istanza spirituale che animò la vita e l’opera della Blavatsky, sia a persone precise, fossero essi maestri spirituali indiani o lama tibetani. E così, per esempio, per quanto riguarda le «lettere dei maestri» cui lei fa riferimento a più riprese nel corso della sua esistenza, rimane in dubbio se si tratti di lettere recapitatele per posta o piuttosto di brani vergati da lei, ma frutto di una scrittura automatica. Che lei padroneggiasse simili fenomeni é fuori discussione: era in grado di produrli intenzionalmen­te. Ma sapere o credere di aver ricevuto siffatti testi da una realtà superiore dev'essere stato per lei decisivo. Eppure i suoi contemporanei, che non potevano concepire e accet­tare simili prodotti dell'inconscio, considerarono quegli scritti come opere ingannevoli o imbrogli di una donna falsa ed enigmatica. In ogni caso, quale che sia l'origine dei suoi libri, non si può negare che ella ne sia l’autrice". E soltanto chi pensa che non possano esistere "maestri", cioè che non esista una dimensione spirituale della realtà, con­sidera le sue «lettere dei maestri» un grossolano gioco di prestigio, sia pure difficile da smascherare. Questo è l'argo­mento usato dai sostenitori della Blavatsky.

 

avanti